Centesimus Annus

Pubblicato Sabato, 27 Settembre 2014 14:55

La Scuola di Cittadinanza e Partecipazione
Il tempo delle Scuole Politiche nelle Diocesi

 

« Essi cercano sempre d'evadere dal buio esterno e interiore
sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d'essere buono.
Ma l’uomo che è adombrerà l’uomo che pretende di essere. »

( “The Rock”, 1934
Thomas S. Eliot, premio Nobel per la letteratura nel 1948 )

Il Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, nel suo documento dell’ottobre 1981 La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, indicava, come strada maestra per superare la crisi, l’ esigenza di “ripartire dagli ultimi”. Da più parti si è temuto che l’espressione restasse solo uno slogan, senza che alle affermazioni corrispondesse, non solo da parte della Chiesa e delle sue istituzioni, ma anche da parte delle strutture della comunità civile, spesso animate e dirette da cristiani, una reale capacità di misurarsi con i bisogni più gravi dei “senza voce”, indispensabile per giudicare la validità dell’azione caritativa sociale e politica. Cinque anni dopo quel documento, la Caritas Italiana ha voluto nel Convegno Nazionale delle Caritas Diocesane, tenutosi a Collevalenza nei giorni 8-11 settembre 1986, riprendere l’argomento dando al Convegno stesso il tema: “Carità e giustizia: come ripartire dagli ultimi sul territorio”. La Caritas voleva, così, non solo aiutare le comunità cristiane a fare una verifica di quanto realizzato in quegli anni, ma anche approfondire un metodo di lavoro che legava strettamente il valore della carità a quello della giustizia, partendo dagli ultimi e dalla realtà locale, in cui si manifestava la necessità di far convergere bisogni e risorse, povertà e ricchezze. Proprio in questi anni, l’alternativa del servizio civile al termine degli studi superiori parve un’importante occasione per rimarcare la volontà di dare concretezza all’impegno nelle nostre parrocchie e ai movimenti che, in quel periodo, sorgevano rigogliosi. Allora scelsi di vivere 20 mesi in servizio civile sostitutivo di quello militare, la cosiddetta obiezione di coscienza, riconosciuta nel 1972 e che, fino agli anni ’90, era di durata differente rispetto al servizio di leva. All’età di 18 anni, dunque, diedi inizio al servizio sostitutivo civile presso la Comunità Casa del Giovane di Pavia fondata dal Servo di Dio don Enzo Boschetti. In quegli anni, dopo la morte di Aldo Moro e di Vittorio Bachelet, in seguito all’attentato a Papa Giovanni Paolo II, la scelta della facoltà e la frequenza della Università, la sensibilità coltivata negli anni della militanza nell’Azione cattolica e nel Movimento Popolare, le letture e le testimonianze di laici e di sacerdoti fortemente impegnati ampliarono la mia conoscenza dell’intervento politico dei cattolici e mi resero consapevole della dimensione assunta dal loro operato. Riscontravo, quale comune denominatore di tante e differenti attività, l’attitudine a partire sempre dal servizio agli ultimi e ciò mi convinse della profonda sintesi del magistero nell’applicare, con scienza e coscienza, il dettato della Dottrina Sociale della Chiesa tanto caro a Papa Paolo VI: “la politica è la forma più alta della carità”. Il Santo Padre Paolo VI non poteva che giungere ad una tale conclusione osservando esponenti esemplari della politica, quali Dossetti, La Pira, Aldo Moro, Lazzati e tanti altri che davvero vivevano la loro esperienza come servizio al Paese. Profondamente diversa è la situazione attuale. Ci sconcerta e avvilisce, infatti, osservare la frequenza con cui vengono alla luce gli scandali, in cui sono coinvolti proprio coloro che maggiormente dovrebbero declinare l’attività politica nelle più alte forme di carità e che, al contrario, la praticano nella spregiudicata ricerca del proprio personale interesse, spronati soltanto dal desiderio di appagare la propria sete di potere. Da qui l’esigenza sentita dal Card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, nella sua lettera pastorale Il campo è il mondo, di inserire, tra gli ambiti in cui la fede è messa alla prova, anche il modus operandi dei cristiani nella società. Dopo aver affermato che i cristiani sono presenti nella storia come l’anima del mondo, bisogna riconoscere che essi si scontrano con le tentazioni gravi da cui la proposta della vita buona del Vangelo è minacciata quotidianamente: separare la fede dalla vita relegandola in un ruolo marginale, restare muti e impauriti dinanzi alle grandi questioni del nostro tempo, matrimonio, sessualità, famiglia e vita, economia, giustizia e politica, ridurre, infine, la fede cristiana a “religione civile”. È chiaro che oggi più che mai i cristiani sono chiamati a dare, alla luce di una fede adulta, un contributo di esperienza circa la loro visione sulle grandi questioni che il nostro tempo pone loro. Lo scenario che si apre di fronte a noi certo non invita a entrare attivamente nella vita sociale e politica, ma sarebbe un grave errore tirarsene fuori e privare il nostro tempo dell’apporto positivo che, in forza della nostra fede, possiamo offrire a questa società plurale attraverso la testimonianza di una condotta conforme al Vangelo.

Alla luce delle motivazioni sovraesposte, pertanto, intendo porre come oggetto di questa trattazione le modalità attraverso cui il mio percorso si è sempre intersecato con quello tracciato dalla Dottrina Sociale della Chiesa e come, seppur in modo diverso, le tante persone attive nella mia crescita umana e spirituale mi abbiamo aiutato a cercare di servire il bene comune, conducendomi fino alla realizzazione di una Scuola di Cittadinanza e Partecipazione.

( don Franco Tassone )

 

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